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Armin Linke

Armin Linke (n. 1966, Milano) è un artista che lavora con la fotografia e le immagini in movimento attivando processi che mettono in discussione il medium, le sue tecnologie, le sue strutture narrative e le sue implicazioni all’interno di più ampie strutture socio-politiche. Il lavoro di Linke osserva come gli esseri umani (ri)progettino e utilizzino lo spazio e il tempo come forme sociali: costruisce interrogativi e propone riflessioni sulla pianificazione del futuro, sugli intrecci nascosti e le interdipendenze insite nelle pratiche progettuali collettive, nonché sullo spostamento dei luoghi della responsabilità.

La pratica espositiva di Linke si configura come una messa in scena performativa in cui convergono voci e metodologie differenti. La sua opera funziona come una raccolta di strumenti per demistificare diverse strategie e linguaggi del progetto. Lavorando sul proprio archivio, Linke mette in discussione le convenzioni della pratica fotografica e dimostra come la fotografia non rappresenti un punto d’arrivo. Attraverso un approccio collettivo che coinvolge altri artisti, ma anche curatori, designer, architetti, storici, filosofi e scienziati, le narrazioni, le domande e le proposte avanzate dalle sue opere e dalla sua pratica si espandono in una molteplicità di registri implicati, ponendo al centro le questioni dell’installazione e dell’esposizione. Attualmente è professore presso Academy of Fine Arts Munich, visiting professor presso ISIA Urbino e guest artist al CERN di Ginevra.

Collezione

Elisabetta Benassi

Elisabetta Benassi è nata nel 1966 a Roma, dove vive e lavora, ha preso parte a tre edizioni della Biennale di Venezia (2011, 2013, 2015).
Tra le grandi mostre internazionali ricordiamo anche le partecipazioni a Manifesta (Francoforte, 2002) e alla II Biennale di Berlino (2001);  Congoville, Middelhein Museum, Anversa (2021); Midnight, Anozero – Bienal de Arte Contemporânea, Coimbra (2022).  
Tra le più recenti mostre personali: City Lights, installazione pubblica permanente ArtLine Milano, Parco delle Sculture, Milano (2023);  EMPIRE, Museo Nazionale Romano – Crypta Balbi (2022); Mostyn, Llandudno, Galles (2021); Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps (2019); Lady and Gentlemen, Fondazione Adolfo Pini, Milano (2021);  The Sovereign Individual, Galerie Jousse, Paris (2018); It starts with the Firing, Collezione Maramotti, Reggio Emilia (2017); Letargo, Magazzino, Roma (2016); That’s Me in the Picture, Gallery Jousse Entreprise Paris (2015); Voglio fare subito una mostra, Fondazione Merz, Torino (2013); Smog a Los Angeles, CRAC Alsace (2013).

SAM FALLS

Sam Falls (1984) vive e lavora a Los Angeles.
Tra le sue mostre personali istituzionali: CAPRI, Dusseldorf (2019), Hammer Museum, Los Angeles (2018), Museo d’Arte Moderna e Contemporaneo di Trento e Rovereto, Trento (2018), September Spring, The Kitchen, New York, Stati Uniti (2015); Ballroom Marfa, Marfa, Texas, Stati Uniti (2015); Fondazione Giuliani, Roma, Italia (2015); Zabludowicz Collection, Londra, Regno Unito (2014); Sam Falls: Light over Time, Public Art Fund, Brooklyn, New York, Stati Uniti (2014); Pomona College Museum of Art, Pomona, California, Stati Uniti (2014); LA><ART, Los Angeles, Stati Uniti (2013).
Tra le mostre collettive: Kunsthalle Helsinki, Helsinki, Finlandia (2016); Wasteland, Mona Bismarck American Center, Parigi, Francia (2016); Another Minimalism: Art after California Light and Space, Mead Gallery, University of Warwick (2016) e Fruitmarket Gallery, Edinburgo, Regno Unito (2015); Splitting Light, UB Art Gallery, University at Buffalo, New York, Stati Uniti (2015); Apparition: Frottage and Rubbings from 1985 to Now, Hammer Museum, in collaborazione con The Menil Collection, Houston, Los Angeles, Stati Uniti (2015); Per_formare una collezione#1, Museo MADRE, Napoli, Italia (2014); A different kind of Order: The ICP Triennial, International Center of Photography, New York, Stati Uniti (2013).

Il lavoro dell’artista è inoltre parte di alcune importanti collezioni, tra le quali: Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles; Museum of Contemporary Art Los Angeles, Los Angeles; The Institute of Contemporary Art, Boston; The Allbright Knox, Buffalo, New York; Zabludowicz Collection, Londra.

 

Untitled (Antinori) | Intervista con Sam Falls

La fascinazione subita dall’artista californiano Sam Falls  – nato a San Diego nel 1983 e di stanza a Los Angeles – nei confronti del paesaggio di cantine Antinori nel Chianti Classico, non pare scaturita, come si potrebbe pensare, dalla decisività dell’elemento solare.

Anzi, come ci racconta Ilaria Bonacossa, curatrice del progetto site-specif “Untitled (Antinori)” realizzato dall’artista per Antinori Art Project, è la “tenerezza del notturno” a generare i suoi monumentali frottage vegetali.
“Sam Falls – ci racconta Bonaccosa –  stende durante la notte delle tele tra le vigne cercando di cogliere la traccia delle foglie, degli animali e dei pigmenti stesi in maniera apparentemente randomica”.
Sorta di photogenic drawing impresso di mille colori, entità prossima all’ombra, alla traccia o all’impronta, l’opera di Falls restituisce nella delicatezza del pigmento il segno visibile di un passaggio al limite dell’impercettibile.

Distante dall’energia virile in qualche modo intrinseca alla Land Art americana – orientamento che l’artista ci descrive, sorridendo, come “macho” – Falls dimostra una discrezione nell’addentrarsi tra le vigne e nella bruma femminile, ludica, ambigua e trasparente. La tela raccoglie su di sé presenze minime e tiene memoria della loro essenza così che, nelle parole della curatrice, “ I fiori e le foglie di vite, esposti per cinque notti e durante un temporale, proteggono la tela dal pigmento, divenendo delle sorti di sindoni della natura”.

Elena Bordignon ha fatto alcune domande all’artista.

EB: Il lavoro che proponi per Antinori Art Project, “Untitled (Antinori)”, è fortemente legato al luogo, la cantina a Bargino. Mi racconti come è nato e quali aspetti hai considerato per la sua ideazione?

Sam Falls: Credo che Alessia Antinori abbia visto il mio lavoro per la prima volta all’Hammer Museum, mentre Ilaria Bonacossa alla Galleria Franco Noero, quindi ci siamo incontrati a Torino e sono stato invitato a immaginare un progetto. Sono stato quindi in Toscana e ho visitato la cantina per un sopralluogo e mi ha attratto particolarmente per via dell’attenzione alla natura, soprattutto sapendo che si sarebbe trattato di un progetto all’aperto, in cui poter lavorare completamente immerso nelle vigne e nelle piante che mi circondano. In seguito alla visita ho deciso che avrebbe potuto essere una buona idea realizzare un’opera di grandi dimensioni e che la vigna avrebbe potuto accogliere qualcosa come 5 metri di lunghezza. E così ho dato inizio a questo progetto.

EB: Il fattore temporale nella costruzione dell’opera è essenziale. Per molti versi, “Untitled (Antinori)” è stato realizzato dalla natura stessa: la pioggia, il sole, il vento… Ovviamente sono tutti aspetti che tu non puoi controllare, così come l’esito che hanno sull’opera. Che considerazioni hai del ‘caso’ in relazione al tuo lavoro?

SF: La mia relazione con il caos in qualche modo deriva dalla mia esperienza di bambino cresciuto in Vermont e Los Angeles: un luogo molto verde (il Vermont), con pioggia in estate e neve in inverno, in contrapposizione a Los Angeles che è un deserto. Da ragazzo, come figlio unico, ho trascorso molto tempo da solo nelle foreste,  così come nel deserto. Ho sviluppato una relazione molto famigliare con la natura. Mentre lavoravo con il sole, ricordo che ero sempre alla ricerca di abiti o cose perdute tra gli alberi o sulle rocce sbiancate dal sole. È così che, in seguito, quando studiavo fotografia, ho iniziato a lavorare con la luce naturale. Dall’altro lato, lavorare con la pioggia implica una previsione, naturalmente tramite i meteorologi che sanno cosa sta per accadere, e poi c’è il pigmento. Ho lavorato abbastanza con i pigmenti e so già cosa accadrà sulla tela. Se piove molto, i pigmenti in qualche modo sono come slavati e si ottiene un colore più intenso, ma se piove giusto un poco o se non piove affatto e c’è solo l’umidità della notte, come la rugiada, allora si avrà un’immagine più nitida. Quindi, a realizzare l’opera, siamo in due: io e la natura. La mia relazione con essa è basata sull’esperienza, così come la mia relazione con l’arte, insieme si crea una sintonia. Cerco di contenere l’apporto del caso più attraverso la previsione, con l’umidità in particolare, per cui so sempre quando piove così tanto al punto tale da non eliminare l’immagine.

EB: L’opera può essere considerata come “un poetico ritratto dell’ambiente”, ma anche un’azione che ricorda gli interventi ambientalisti degli artisti della Land Art. Come collochi la tua ricerca in relazione a questo movimento?

SF:  Beh, ci ho pensato molto e la mia riflessione sulla Land Art è molto articolata. La ammiro, ma penso anche che appartenga a un periodo storico che precede il nostro coinvolgimento nei confronti dei problemi legati all’ambiente. Penso che in questo momento sia necessario tenere maggiormente in considerazione la natura…per cui, se la Land Art è stata come costruire una nuova città, la mia relazione con la natura e l’arte è più simile al campeggiare: quando esco per lavorare, sono nella natura, sono ispirato dalla natura, lavoro con essa ma tutto il resto lo prendo e me lo riporto via con me. Le altre forme d’arte sono come prendere in affitto un appartamento in città, dipingere in studio, se è chiaro quello che intendo dire…
Inoltre, dal mio punto di vista, la Land Art è stata un gesto mascolino, molto assertivo, machista, io invece voglio essere più sensibile verso la natura, olistico, non dico necessariamente femminile, ma solo più ‘naturale’.

Stefano Arienti

Nato ad Asola, in provincia di Mantova, nel 1961. Laureato in agraria, si avvicina all’arte sotto la guida di Corrado Levi ed esordisce a metà degli anni Ottanta alla Brown Boveri (una ex-fabbrica utilizzata come luogo d’incontro e sperimentazione da molti giovani artisti) a Milano, dove oggi vive e lavora.

Tra le numerose mostre alle quali ha partecipato, si possono citare la Biennale di Venezia (Aperto 1990, 1993); Biennale di Istanbul (1992); Cocido y Crudo, Museo Reina Sofia, Madrid (1994); XII Quadriennale di Roma, 1996 (primo premio); Fatto in Italia, Centre d’Art Contemporain, Ginevra; ICA, Londra (1997); Biennale di Gwangju (2008).

Tra le personali più recenti: MAXXI, Roma (2004); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (2005); Isabella Stewart Gardner Museum, Boston (2007); Fondazione Querini Stampalia, Venezia (2008); MAMbo (con Cesare Pietroiusti, 2008); Palazzo Ducale, Mantova (2009); Museion, Bolzano (con Massimo Bartolini, 2011).

 

INTERVISTA DI STEFANO ARIENTI

 

Il 9 novembre, rispettivamente al Museo del Bargello di Firenze e alla Cantina Antinori nel Chianti Classico (Bargino), si potranno ammirare i due interventi dell’artista Stefano Arienti, in relazione al capolavoro di Giovanni Della Robbia: la lunetta raffigurante “La resurrezione di Cristo” realizzata agli inizi del XVI secolo, su commissione di Nicolò Tommaso Antinori.
Nell’ambito di Antinori Art Project – a cura di Ilaria Bonacossa – l’artista di Asola, rilegge l’importante opera d’arte, oggi proprietà del Museo di Brooklyn, ma che torna a essere presentata al pubblico, dopo 500 anni, al Museo Nazionale del Bargello fino all’8 aprile 2018 a seguito di un importante restauro sostenuto negli Stati Uniti dalla famiglia Antinori.
Al Bargello, in una sala adiacente a quella della “La resurrezione di Cristo”, Arienti ha elaborato l’installazione “Scena Fissa”, dove i personaggi della lunetta sembrano muoversi in un teatro-giardino, come ci racconta l’artista nell’intervista che segue. Alla cantina Antinori, invece, è presentata una nuova installazione site-specific , “Altorilievo”: opera che entrerà a far parte della collezione di famiglia, attualizzando e rendendo visibile il forte legame con la storia e la tradizione mecenatistica. “Altorilievo”, nata per la Vinsataia della cantina, si articola come la scomposizione di un alto-rilievo scultoreo, in cui le figure della lunetta, rese monocrome, sono presentate nelle 46 campiture strutturali del capolavoro di della Robbia, in una rinnovata distribuzione spaziale delle figure.

 

Segue l’intervista con Stefano Arienti —

 

Mi racconti come hai elaborato le prime idee in relazione all’importante lunetta raffigurante “La resurrezione di Cristo” realizzata agli inizi del XVI secolo da Giovanni Della Robbia?

Stefano Arienti: Il primo approccio con quest’opera di Giovanni Della Robbia è avvenuto tramite immagini fotografiche, neanche così perfette. Si vedeva un’opera coloratissima, molto pittorica e affollatissima di personaggi, che non aveva niente da invidiare a molte immagini contemporaneee o pop spesso sovraccariche di figure e colore. Ma ho avuto anche la fortuna di poterla vedere dal vero al Brooklyn Museum, dove mi hanno gentilmente permesso di osservarla da molto vicino. E’ un’ opera composta da molte parti diverse che si incastrano assieme, così ho pensato che sarebbe stato interessante disarticolarla per poter ricostruire combinazioni differenti dei pezzi. Inoltre per differenziarmi dalla fattura rinascimentale con tutto il suo colore seducente ho provato a ridurre tutto ad un disegno monocromo, che provasse ad arrivare fino alle prime intuizioni di studio delle figure dell’autore.

In questa occasione proponi due progetti – “Scena Fissa” per il Museo Nazionale del Bargello e “Altorilievo” per la Cantina Antinori nel Chianti Classico – distinti ma in stretta relazione. Mi racconti i nessi tra i due progetti?

SA: Tutte e due le opere sono lo sviluppo divergente dello stesso materiale: le porzioni modellate che compongono la lunetta, una scena della resurrezione molto agitata dove solo il donatore Antinori ed un soldato addormentato, sono immobili.
“Scena Fissa” trasporta i personaggi che si accalcano nella lunetta in uno spazio più ampio, una specie di teatro-giardino dove possiamo muoverci a piacere a guardare fin dietro alle figure, e in qualche modo rispetta abbastanza la disposizione dei personaggi. Mentre “Altorilievo”, se nei fatti utilizza esattamente gli stessi disegni, in realtà li trasforma in pezzi tridimensionali distaccati, dove possiamo inventarci una relazione fra le parti. Questa seconda opera sta a parete invece che costruire un ambiente, e dovrebbe richiamare di più un insieme di frammenti archeologici che la descrizione di una scena.

Cosa intendi quando dici che bisogna entrare nelle immagini per “farle vivere diversamente, rendendole indipendenti dal passato ma anche da noi stessi”?

SA: Mi piace che le opere d’arte raggiungano una loro autonomia, frutto di una sana relazione col proprio pubblico più che con le intenzioni dell’autore. Da artista contemporaneo mi prendo il piacere di mostrare un modo possibile di relazione con opere del passato, un esempio di come riguardarle o permettere che abbiano una vita parallela nel presente, reincarnandosi fuori dalla loro teca di museo.

Per sviluppare le opere, sei partito proprio dallo studio del risultato del restauro della Lunetta. Cosa ti ha attratto del processo restaurativo?

SA: Guardando dal vero la lunetta a prima vista si è sopraffatti dal colore, dalla materia e dal movimento, dalla grande densità pittorica dell’insieme; poi si cominciano a distinguere nettamente le singole parti, che hanno anche proporzioni molto differenti, non pertinenti ad una visione prospettica dell’insieme. Si capisce che c’è un uso espressionistico delle forme che anticipa il grande teatro che si può vedere nei “Sacri monti”. Nel restauro è stata rimossa la matrice gessosa che legava assieme le singole parti, e che alla fine non è stata ripristinata. Proprio questo grande puzzle tridimensionale è la cosa che mi ha colpito di più.

Mi racconti come hai elaborato l’opera “Altorilievo”?

SA: La visita alla cantina di Bargino mi ha molto impressionato, e pensando ad una possibile collocazione di “Altorilievo” subito mi è molto piaciuto il locale della vinsantaia. Ho individuato una parete con profilo particolare frutto di una volta negativa che si abbassa verso il centro della sala, ha proprio l’andamento opposto a quello della lunetta e ne giustifica la dispersione dei frammenti su una superficie maggiore. Lo spazio un po’ oscuro e riflessivo, per fa riposare il vin santo; è perfetto per un’opera che finisce per essere più enigmatica di una semplice scena di carattere religioso. I frammenti sono scollegati e dobbiamo inventarci un paesaggio possibile dove ricollocarli.

Quest’ultima opera è installata negli spazi avveniristici della Cantina Antinori nel Chianti Classico. Quanto ti ha stimolato/condizionato questo ambiente fortemente strutturato? E’ stato complesso confrontarsi con questo spazio?

SA: Nonostante sia partito da una fonte lontana nel tempo con un’iconografia molto definita, il mio è un progetto del presente e mi trovo perfettamente a mio agio in una architettura contemporanea, anzi penso che possa accentuare il carattere del mio intervento. Mi piace la linea futuribile con colori e materie tradizionali, sobrietà ed eccentricità elegantemente assieme.

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Jorge Peris

Jorge Peris è nato ad Alzira, Valencia, nel 1969. Vive e lavora a El Palmar, nei pressi di Valencia Tra le personali ricordiamo: Tamaris, Musée du château des ducs de Wurtemberg, Montbeliard (2012), a cura di Aurelie Voltz, Aladas Almas, La Conservera Centro de Arte Contemporanea, Ceutí, Murcia (2011), Micro, Aureo, Adela, MACRO, Roma (2010), a cura di Francesco Stocchi. Peris ha inoltre espostoi suoi lavori a CA2M, Madrid (2011); Fondazione Giuliani per l’Arte Contemporanea, Roma (2010); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (2008) e al MARCO, Museo de Arte Contemporanea de Vigo, Spagna (2007).

Yona Friedman

Yona Friedman (nato a Budapest nel 1923, vive a Parigi), se il suo modo di pensare e il suo linguaggio plastico sono ancora oggi all’avanguardia – come testimoniano i numerosi e continui inviti a mostre e biennali internazionali – è soprattutto perché il suo pensiero e il suo modo di trasmetterlo, attraverso manuali di disegni illustrati, bozzetti di studio, prove, conferenze e lezioni, riflettono e reinventano i principi fondamentali universalmente condivisi.

Il punto focale della ricerca di Yona Friedman è l’individuo in qualità di creatura unica e indispensabile all’equilibrio dell’universo, con tutte le sue capacità, ispirazioni e potenzialità.

Un pensiero fortemente indirizzato al prossimo, con uno sguardo puntato sullo stato del mondo e sugli spazi adattati per realizzare un sistema democratico condiviso.

Le opere di Yona Friedman sono state esposte nelle mostre internazionali più prestigiose: Biennale di Lione, Triennale di Yokohama, Biennale di Venezia, Drawing Center, Capc di Bordeaux, Fondazione Ratti a Como, Cneai, Ile de Vassivière e Documenta a Kassel.

Yona Friedman è un artista straordinario che supera i confini tra diverse discipline. Ha scritto e fornito le illustrazioni per più di cinquanta libri, molti dei quali tradotti in italiano, che riguardano le sue ricerche in numerosi ambiti: architettura, ecologia e linguaggio.

Rosa barba

Rosa Barba (nata ad Agrigento nel 1972, vive a Berlino), ha studiato presso l’Academy of Media Arts di Colonia e ha frequentato la residenza del Rijksakademie di Amsterdam.

Il lavoro di Rosa Barba implica “un sottile interrogativo e la predilezione per il cinema industriale come soggetto di ciò che potrebbe essere percepito come messinscena – il luogo, il non attore, il gesto, il genere, l’informazione, l’abilità e l’autorità, il banale – asportazioni tratte dal realismo sociale, dentro le quali sono osservate e che le qualificano come componenti del lavoro, da incorniciare, ridisegnare, rappresentare. Gli effetti di queste lotte e rifusioni tra verità e finzione, mito e realtà, metafora e valore intrinseco portano a un grado di disorientamento che si estende nella pratica concettuale e che rimaneggia la messa in scena di chi guarda come un atto di rovesciamento radicale ed esilarante.

Rosa Barba ha tenuto mostre personali al Contemporary Art Museum di St. Louis, al Jeu de Paume a Parigi, al Kunsthaus di Zurigo, al Marfa Book Co, alla Fondazione Galleria Civica di Trento, al MART di Rovereto, al Kunstverein di Braunschweig, alla Tate Modern, al Centre international d’art et du paysage de l’île de Vassivière, al Center of Contemporary Arts di Tel Aviv e al Baltic Art Center. Ha inoltre partecipato a numerose mostre collettive al Maxxi di Roma, al Museo Reina Sofia a Madrid e biennali tra le quali la 53 Biennale di Venezia, quella di Tessalonico e Liverpool.

Diego Perrone

Nato ad Asti nel 1970, Diego Perrone vive e lavora a Milano. Lavora usando diversi medium tra cui scultura, fotografia e installazioni. Le sue recenti mostre personali sono: 2013 Il servo astuto Museion Bolzano, curata da Frida Carazzato, “Scultura che non sia conchiglia non canta” Casey Kaplan, Gallery, New York, 2010 Diego Perrone, curata da Giovanni Iovane, Fondazione Brodbeck; 2009 “Il Merda-Parte Prima”, Massimo De Carlo, Milano, Italia; 2008 ”We are in the black world of Mamuttones”, Galerie Giti Nourbakhsch, Berlino e “Wolves and Casting of Bells,” Casey Kaplan, New York; 2007 “Boccioni’s mother in an ambulance and the casting of the bell” curata da Charlotte Laubard, Musée d’Art Contemporain, Bordeaux copresentata al MAMBO, Bologna, curata da Andrea Viliani. Diego Perrone ha preso parte a numerose mostre collettive tra cui: Biennale di Venezia – Il Palazzo Enciclopedico, a cura di Massimiliano Gioni, La Biennale di Venezia, Giardini – Arsenale, Venezia, 2010 “21 x 21: artists for the 21° Century”, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; 2009/08 “Italics: Art between Tradition and Revolution, 1968- 2008”, curata da Francesco Bonami, Museum of Contemporary Art, Chicago copresentata a Palazzo Grassi, Venezia; “After Nature” curata da Massimiliano Gioni, New Museum, New York; 2006 “Of Mice and Men: 4th Berlin Biennale for Contemporary Art”, curata da Maurizio Cattelan, Massimiliano Gioni e Ali Subotnick, Berlino; 2005 “11th Triennale India”, Lalit Kala Akademi, New Delhi; “Dialectics of Hope”, Moscow Biennale of Contemporary Art Moscow, Russia; 2003 “The Zone”, curata da Massimiliano Gioni, 50. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia; “KunstFilmBiennale Köln 2003”, curata da Hans-Peter Schwerfel e Detlef Langer, Colonia.

Patrick Tuttofuoco

Patrick Tuttofuoco, è nato a Milano nel 1974 e attualmente vive e lavora a Berlino. A partire dal 2000, data della sua prima mostra personale presso la Galleria Studio Guenzani di Milano, il suo lavoro è stato oggetto di un interesse costantemente crescente da parte di critici, curatori e collezionisti internazionali.

L’artista ha partecipato a diverse esposizioni collettive a livello internazionale tra cui la Quadriennale di Arte Contemporanea allo Stedelijk Museum voor Aktuelle Kunst di Gent nel 2001, la 50a Biennale di Venezia nel 2003, la Biennale di Shanghai nel 2006 e la 10a Bienal de la Habana a Cuba, 2008.  Ha tenuto mostre personali tra l’altro presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino nel 2006, la Künstlerhaus Bethanien di Berlino nel 2008 e presso lo Studio Guenzani, a Milano dopo la prima, nel 2002, 2005 e 2009 ed è prevista, sempre nella galleria milanese, un’altra personale nel 2014.

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha dedicato a Patrick Tuttofuoco una monografia in occasione della mostra dell’artista nel 2006.

Le sue opere sono state pubblicate su alcune tra le più importanti riviste d’arte contemporanea internazionali oltre che in numerosi cataloghi.

Nel 2011 Patrick Tuttofuoco è stato presentato insieme a John Kleckner alla galleria Peres Project di Berlino. Nel 2013 invece l’Istituto Italiano di Cultura a Madrid, in collaborazione con la

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha curato la mostra personale dell’artista Focus on his Eyes per la quale è stato realizzato un catalogo da NERO edizioni.

Giorgio Andreotta Calò

Giorgio Andreotta Calò è nato nel 1979 a Venezia, Italia. Vive e lavora ad Amsterdam, Paesi Bassi. Le sue mostre personali comprendono: La sculpture langue morte, Institut Culturel Italien de Paris, Parigi, Wilfried Lentz, Rotterdam (2014); level, Peep-Hole @ Fonderia Battaglia, Milano (2014); 08.09.2012 – 21.10.2012, SMART Project Space, Amsterdam (2012); 22 luglio 1911 / 22 luglio 2011, Premio Lum per l’arte contemporanea, Teatro Margherita, Bari (2011). Tra le collettive si segnalano: Ritratto dell’artista da giovane, Castello di Rivoli, Rivoli (2014); The Volkskrant Art Prize 2014, Stedelijk Museum Schiedam, Schiedam (2014); Premio Italia Arte Contemporanea 2012, MAXXI, Roma (2012); ILLUMInazioni / ILLUMInations, 54. Biennale di Venezia, Venezia (2011); SI – Sindrome Italiana, la jeune création artistique italienne, Magasin – Centre National d’Art contemporain de Grenoble, Grenoble (2010).

Tomás Saraceno

Dopo aver studiato arte e architettura Tomás Saraceno (1973) ha sviluppato negli ultimi quindici anni un corpus di lavori che lo ha portato a partecipare alla Biennale Internazionale di Arti Visive di Venezia nel 2001, 2003 e 2009, alla Biennale di São Paulo nel 2006. Le sue opere sono state esposte in musei internazionali come Barbican Art Center a Londra nel 2006, Bonniers Konsthall di Stoccolma nel 2010, Hamburger Bahnhof a Berlino nel 2011, il Metropolitan Museum di New York, HangarBicocca a Milano nel 2012 e nel 2013 K21 a Düsseldorf. Nel 2009 Saraceno è stato artista-residente del International Space Studies Program della NASA, e successivamente nel 2012 ha sviluppato un progetto con il MIT Center for Art, Science Technology (CAST) di Boston; nel 2009 Saraceno ha vinto il Calder Prize per le Arti.

Jean-Baptiste Decavèle

Jean-Baptiste Decavèle (nato nel 1961 a Grenoble, vive a Parigi), nel 1999, riceve il premio Villa Médicis Hors les Murs per il progetto Entre Ciel et Mer Voyage Aide Mémoires e ancora nel 2001 per Nostalgie, la Demeurance et l’Icone, scritto con Tatamkulu Afrika.

Il suo lavoro molto spesso è, infatti, legato a importanti collaborazioni (Hervé Le Tellier, Elina Loewensohn, Michael Lonsdale, Nico Dockx). Da molti anni, Jean-Baptiste Decavèle, collabora con l’architetto Yona Friedman. Il lavoro del duo Friedman-Decavèle è costituito da una costellazione di invenzioni architettoniche, creazioni fotografiche e video, che si innestano in un universo utopico e visionario. Oltre che per i progetti, i due artisti sono legati da una profonda amicizia e un’avventura creativa che prende forma nella fittizia isola di Balkis Island.

Oggi il lavoro dell’artista francese si suddivide tra opere cinematografiche e opere multiple, che considera come processi sperimentali. All’interno di questi video, ogni persona che è parte del processo creativo, dal tecnico al curatore fino all’artista, sono potenziali figure narrative con le proprie funzioni e finzioni. Jean-Baptiste Decavèle ha recentemente esposto a Parigi, Toronto, Vancouver, Roma, New York, Cape Town. Ha, inoltre, preso parte a festival video sia in Italia che in Francia.