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Sampling the Vineyard / Armin Linke

Con Sampling the Vineyard, Armin Linke indaga attraverso la sua ricerca fotografica il vigneto come sistema complesso di relazioni tra paesaggio, conoscenza scientifica, memoria e tecnologia. Nato nell’arco di un anno solare attraverso numerosi viaggi studio nelle tenute della famiglia Antinori, il progetto restituisce la viticoltura contemporanea come struttura stratificata di competenze, dati, pratiche e processi invisibili.

Attraverso immagini realizzate nei vigneti, nei laboratori e negli archivi di Marchesi Antinori, Linke osserva il vino come esito di una rete di relazioni che coinvolge ricerca scientifica, trasmissione del sapere, monitoraggio climatico e pratiche agricole. Le fotografie rinunciano alla spettacolarità del paesaggio per concentrarsi su dettagli, gesti e procedure che rendono visibile ciò che normalmente resta nascosto.

Linke ha interpretato il vigneto come uno strumento sensibile, capace di registrare la storia geologica e climatica di un territorio. “Ho cominciato a pensare al vigneto non solo come luogo di produzione, ma quasi come una partitura musicale, una partitura cartografica, una sorta di antenna che registra la storia geologica e climatica”, racconta, evidenziando come esso metta in relazione ciò che avviene nel sottosuolo con le forze atmosferiche.

Mappe storiche, immagini satellitari, strumenti di analisi e pratiche tradizionali convivono in una narrazione visiva che trasforma il vigneto in un organismo sensibile, capace di registrare le trasformazioni geologiche, atmosferiche e culturali del territorio. In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini, Sampling the Vineyard propone uno sguardo lento e analitico, invitando il visitatore a leggere il vigneto come spazio di produzione culturale oltre che naturale.

Armin Linke, Sampling the Vineyard, 2025 – 2026 Cantina Antinori nel Chianti Classico – Installation view – Antinori Art Project
Armin Linke, Sampling the Vineyard, 2025 – 2026 Cantina Antinori nel Chianti Classico – Installation view – Antinori Art Project
Armin Linke, Sampling the Vineyard, 2025 – 2026 Cantina Antinori nel Chianti Classico – Installation view – Antinori Art Project
Armin Linke, Sampling the Vineyard, 2025 – 2026 Cantina Antinori nel Chianti Classico – Installation view – Antinori Art Project
Armin Linke, Sampling the Vineyard, 2025 – 2026 Cantina Antinori nel Chianti Classico – Installation view – Antinori Art Project

La fanciulla del West / Elisabetta Benassi

Elisabetta Benassi è un’artista poliedrica che indaga, attraverso una rigorosa ricerca, le storie dei luoghi e delle persone creando installazioni, opere su carta, fotografie, sculture e video. Erede della tradizione concettuale realizza opere poetiche e suggestive presentate con un linguaggio formalmente rigoroso e insieme sottilmente ironico dando vita a inaspettate performance interpretate in prima persona. “I miei lavori nascono dalla relazione con un luogo, con la sua storia. Non ho un materiale prediletto. Mi interessa creare dei cortocircuiti spazio-temporali nei quali il presente si rivela un residuo, un’impronta di un passato o di un futuro che credevamo di aver archiviato e che invece ritorna. Guardare le cose una seconda volta, guardarle in controluce, metterne in luce la struttura nascosta…” racconta Elisabetta Benassi.

Per Antinori Art Project, Elisabetta rivolge la sua attenzione alla storia della famiglia Antinori, producendo un grande tappeto La fanciulla del West, 2023 in cui viene trasposto il telegramma che il grande compositore Giacomo Puccini inviò al Marchese Piero Antinori nel 1910, in occasione della Prima di questa opera lirica alla Metropolitan Opera di New York e che racconta del grande successo sotto la bacchetta di Arturo Toscanini.

Il telegramma originale è custodito dalla famiglia, assieme ad un corposo carteggio, a testimonianza di un’amicizia storica che vide intrecciarsi la storia di questo nobile casato a quella della cultura italiana. Nelle parole dell’artista: “Ho realizzato una serie di tappeti partendo da alcuni telegrammi che nel corso degli anni (dal 2009 a oggi) ho trovato. Tra questi l’ultimo nellArchivio Antinori. Spedito da Puccini da NY a Firenze annuncia il trionfo de La Fanciulla del West. È noto che pianoforte e grilletto fossero le grandi passioni di Puccini. Probabilmente i lunghi agguati solitari in attesa di avvistare le prede, le ore passate in solitudine nella campagna toscana sono stati il perfetto contesto per elaborare le fantasie creative di Puccini. Torre del Lago era il luogo speciale nel quale il compositore desiderava rintanarsi e tornare dopo le sue tournée in giro per il mondo; così come la Maremma, dove fu ospite habitué a Bolgheri, dagli amici Piero Antinori e Giuseppe della Gherardesca, anch’essi cacciatori. Mi piace pensare che da questi luoghi, simili a quelli in cui sorge la cantina Antinori nel Chianti Classico, sia nata l’ispirazione per questa opera lirica. Oggi quel telegramma diventa un grande tappeto, un oggetto quotidiano, un segno trasmesso dalle moderne utopie del ‘900 alla nostra epoca; una sorta di macchina” del tempo, un ponte che collega il passato al presente”.

Affascina la bellezza della parola scritta trasposta in questo tappeto annodato a mano a Katmandu, così come la sua capacità di catturare l’energia di un’amicizia e la possibilità di comunicare al di là dell’oceano. Questo telegramma non è una fredda comunicazione transoceanica, ma la testimonianza di un legame che l’artista reinventa innescando un nuovo scambio capace di riattivare una storia del passato nella contemporaneità.

Elisabetta Benassi – ‘La fanciulla del West, 2023’ Cantina Antinori nel Chianti Classico – Installation view – Antinori Art Project
Elisabetta Benassi – ‘La fanciulla del West, 2023’ Cantina Antinori nel Chianti Classico – Installation view – Antinori Art Project
Elisabetta Benassi – ‘La fanciulla del West, 2023’ Cantina Antinori nel Chianti Classico – Installation view – Antinori Art Project
Elisabetta Benassi – ‘La fanciulla del West, 2023’ Cantina Antinori nel Chianti Classico – Installation view – Antinori Art Project

“Untitled (Antinori)” / Sam Falls

Per la cantina Antinori nel Chianti Classico, Sam Falls ha realizzato un’opera pittorica ambientale site-specific: la vegetazione e le vigne che circondano la struttura, insieme al sole, alla pioggia, all’umidità notturna e agli animali che abitano il territorio, sono gli elementi che danno vita a una tavolozza ambientale attivata dall’artista, ma trasformata dal caso e dallo scorrere del tempo.

Una grande tela, lunga e stretta, quasi un orizzonte, cosparsa di pigmenti a secco, è stata lasciata tra le vigne. Attraverso il contatto con elementi naturali e atmosferici, come il sole, l’umidità, la caduta spontanea di foglie e arbusti, la tela è stata ‘dipinta’ dalla natura e, successivamente, istallata in uno dei due scaloni che attraversano in altezza la cantina Antinori. In questo modo, la vita naturale del paesaggio del Chianti Classico è entrata nell’architettura ipogea della cantina, dando vita a una sorprendente crasi tra interno ed esterno, tra natura e architettura contemporanea, trasformandosi metaforicamente in una finestra naturale.

Segue l’intervista con la curatrice Ilaria Bonacossa —

 

Elena Bordignon: Tenendo presente le tappe che connotano le varie mostre che hai curato per Antinori Art Project – penso alla mostra dedicata alla natura morta, Still Life – Remix, ma anche gli interventi di Nicolas Party, Jorge Peris e Stefano Arienti – come motivi la scelta di invitare Sam Falls a realizzare un progetto installativo site-specific  per AAP?

 

Ilaria Bonacossa: Antinori Art Project nasce da un desiderio di indagare e mettere in evidenza attraverso l’arte contemporanea i rapporti tra l’arte contemporanea, la tradizione e il paesaggio. Il lavoro di Sam Falls si poneva come la possibilità di raccontare il rapporto tra uomo e natura attraverso la pittura contemporanea. Le opere di Sam Falls nascono nel territorio e sono una sorta di frottage fotografico del paesaggio in cui la volontà dell’artista e il caso si compenetrano in maniera interessante e inaspettata.

 

EB: Il contesto ambientale della cantina nel Chianti Classico ha inciso fortemente sulla realizzazione dell’opera di Falls. Mi racconti, dal tuo punto di vista di curatrice del progetto, come hai recepito la proposta dell’artista di radicarsi così fortemente nel luogo?

 

IB: Quello che per me è stato più affascinante è che nei 10 giorni prima dell’inaugurazione l’artista abbia con la sua tela e i suoi pigmenti occupato le vigne di Tignanello lavorando davvero on site. La tela in questo modo recepisce il paesaggio e la sua specificità stagionale e climatica e la presenza dell’arte interagisce con le attività quotidiana e inarrestabile della cantina nelle vigne. Credo che il suo lavoro sia il ritratto più preciso delle vigne del Chianti che si possa immaginare.

 

EB: Ci sono delle riflessioni che l’artista ha condiviso con te, in merito alle sue impressioni sul paesaggio del Chianti Classico?

 

IB: Sam era felice di poter lavorare in Italia, un luogo ricco di una tradizione così diversa da quella californiana in cui i suoi lavori sono nati.

 

EB: C’è un’analogia o un parallelismo tra la capacità dell’artista di dosare azione e interazione con il tempo e l’ambiente, e la tradizione vinicola custodita dalla famiglia Antinori?

 

IB: Credo che il processo creativo di Sam Falls per queste tele ambientali – che sono quasi delle pitture fotografiche – abbia molto in comune con le modalità di produzione del vino in cui il tempo, la pazienza, devono unirsi a una conoscenza, a una manualità reagendo e adattandosi sempre alla imprevedibilità del clima e degli accadimenti naturali. Vi è qualcosa di affascinante nel non mettere la volontà dell’artista, e la sua visione, al centro ma nel trasformare la creazione in una forma di pratica di attivazione sinergica con la natura. Come il sapere della tradizione vinicola della famiglia, Sam Falls coniuga la conoscenza della tradizione della land art e della pittura astratta con la sua visione contemporanea e la sua conoscenza della storia della fotografia sperimentale.

 

EB: Viste le dimensioni e il principio stesso con cui è stata realizzata l’opera “Untitled (Antinori)”, in che ambiente della cantina avete deciso di installarla? Perché è da considerarsi una sorta di rappresentazione del paesaggio tipico del Chianti Classico?

 

IB: L’opera verrà allestita su una delle scale (in quella gemella è installata l’opera di Tomas Saraceno) che porta dalla collina, su cui si aprono la vinsantaia e il ristornate, ai due piani sotto terra, alle cantine in cui il vino nasce e viene invecchiato.
Questi spazi, che portano dalla superficie all’interno della cantina ipogea, sono sormontati da dei lucernai e la tela di Sam Falls qui si trasforma in una sorta di finestra virtuale sul paesaggio, una stratigrafia dei terreni in cui la cantina è scavata.

Altorilievo / Stefano Arienti

Antinori Art Project ha commissionato a Stefano Arienti un nuovo progetto nato per essere in dialogo con un capolavoro della storia dell’arte rinascimentale: la lunetta raffigurante La resurrezione di Cristo realizzata agli inizi del XVI secolo da Giovanni Della Robbia (Firenze, 1469 – 1529/1530), su commissione di Nicolò di Tommaso Antinori.

La “lunetta Antinori”, così nota agli storici dell’arte, oggi proprietà del Museo di Brooklyn, è tornata a essere presentata al pubblico, dopo 500 anni, al Museo Nazionale del Bargello a Firenze, dal 9 novembre 2017 all’8 aprile 2018 a seguito di un importante restauro sostenuto negli Stati Uniti dalla famiglia Antinori.

Il progetto di Stefano Arienti si articola in due opere distinte ma complementari che trasformano e si riappropriano in maniera diversa della famosa lunetta.

Al Bargello, in una sala attigua a quella della lunetta, era installata l’opera dal titolo “Scena Fissa” creando quindi un dialogo diretto tra arte rinascimentale e contemporanea, nella mostra “Da Brooklyn al Bargello: Giovanni della Robbia, la lunetta Antinori e Stefano Arienti”.

In contemporanea, presso l’avveniristica cantina Antinori nel Chianti Classico è stata esposta una nuova installazione site-specific di Arienti, “Altorilievo”, entrando così a far parte della collezione di famiglia ed attualizzando e rendendo visibile il forte legame con la storia e la tradizione mecenatistica.

Altorilievo”, nato per la Vinsataia della cantina Antinori nel Chianti Classico, si articola come la scomposizione di un alto-rilievo scultoreo, in cui le figure della lunetta, sempre monocrome, vengono riproposte nelle 46 campiture strutturali del capolavoro di della Robbia, in una rinnovata distribuzione spaziale delle figure, capace di trasformare l’impianto narrativo della lunetta e ponendo l’osservatore all’interno della scena e assegnandogli un ruolo attivo nella fruizione dell’opera.

L’opera, disegnata su teli antipolvere, assumerà una tridimensionalità quasi marmorea, che permetterà all’artista di ricreare uno spessore simile a quella dell’opera originale realizzata in terracotta invetriata, liberando i personaggi dalla posizione impostagli dalla storia e tessendo così una nuova trama.

L’allestimento spinge il pubblico ad una lettura più dinamica e personale del capolavoro restaurato, offrendo la possibilità di un percorso di ricerca in cui le immagini sono sottoposte a infinite variazioni, e dove lo spettatore è coinvolto in un processo mentale indipendente, critico e consapevole.

Portal del Angel / Jorge Peris

L’intervento site-specific di Jorge Peris è frutto di studi approfonditi dell’artista sullo spazio architettonico specifico, monumentale e quasi invisibile della cantina – simbolo dell’unione simbiotica tra natura ancestrale e produttività contemporanea – costruita in osmosi con la campagna circostante, svelata solo dalla presenza di due fenditure, oltre le quali la struttura rivela la sua anima di cotto, legno, acciaio corten e vetro.

“Portal del Angel” è un precario arco di trionfo, un totem ancestrale, nato dall’incerto equilibrio tra le sue parti. L’architettura dell’opera nasce da un gesto di riappropriazione di materiali locali, legati alla storia del territorio: gli antichi orci di terracotta usati storicamente per conservare l’olio e collezionati dalla famiglia Antinori, si inseriscono in una struttura fatta con le pietre di Alberese, tipiche del Chianti, recuperate dall’artista sulla collina di Tignanello e montate con “piedi di botte” in pietra serena e marmo di Carrara.

Il titolo evoca l’accesso a uno “spazio altro” che è al contempo minaccioso e mistico, una dimensione liminare che segna una soglia, in cui l’imminente e tragico crollo delle pareti viene sostituito da un equilibrio “divino” capace di ignorare l’umana legge di gravità.

La grandiosa e, al contempo, francescana monumentalità di quest’opera amplifica le percezioni ma al contempo sembra evocare i tempi della terra e del vino mostrando quanto, nel grande gioco della Natura, l’uomo resti un piccolo tassello.

Jorge Peris è uno scultore che lavora sullo spazio e sul tempo intesi come sistemi complessi di forze e di equilibri in continua trasformazione. Il suo lavoro sempre creato in prima persona declina la forza poetica dei materiali tipica dell’Arte Povera, nella loro volontà di non rappresentare altro da sé ma di raccontare con la loro fisicità un’entropia in cui si rispecchiano le trasformazioni del mondo che ci circonda; dalle ricerche di artisti come Gordon Matta Clark un rapporto personale con l’architettura intesa come spazio politico metafora delle relazioni umane.

Le sue opere sono sempre il risultato di una sfida con i materiali nel desiderio di forzarne i limiti, ma a differenza di molti artisti contemporanei, preferisce lavorare con chi si sporca le mani in prima persona – artigiani, intagliatori di pietre, scienziati attivi in laboratorio – più che con ingegneri e tecnici. I suoi lavori nascono da acquerelli, a cui lavora incessantemente nella sua casa-studio nel Parco Naturale de Albufera nei pressi di Valencia, lontano dalla frenesia delle metropoli e solo occasionalmente collegato al flusso di informazioni e immagini digitali della rete.

Negli ultimi dieci anni Peris ha lavorato con muffe, argilla bagnata, acqua, sale e piante malate, integrandole in installazioni ambientali, capaci di creare inaspettati spazi monumentali in cui l’uomo si trova a confronto con gli effetti del tempo e le proprie emozioni.

Per molti anni assistente e amico di Gilberto Zorio a Torino, matura per l’Italia e la sua storia una profonda passione, mentre la sua approfondita conoscenza dei materiali più disparati risale a quando da ragazzo accompagnava suo padre negli spazi aperti dei cantieri, visitando edifici precari e in costruzione, ammirando e scoprendo i materiali e le loro caratteristiche come peso, colore, grana e ruvidezza.

 

INTERVISTA CON JORGE PERIS
DI Elena Bordignon

Mi racconti come è nata l’intervento site-specific “Portal del Angel”?

Jorge Peris: Nasce da un primo colpo di occhio blu, poi si è evoluto durante un anno per arrivare all’immagine iniziale. La prima cosa che ho visto dopo aver attraversato la pancia della cantina… spazi immensi dentro alla collina… ho aperto una porta e, con la luce naturale, ho scoperto  questa collezione storica di orci. Ce ne sono alcuni che sono datati inizio del 1600… dietro e dentro al paesaggio. La sensazione data dai colori e dalle luci è indescrivibile.

A cosa si riferisce il titolo del progetto?

Il titolo é sempre qualcosa di intimo tra me e me. Il lavoro è un “portal” per certi versi “babilonico”. Qualche volta mi sembrano quasi delle cariatidi, maschio e femmina. Oltre c’è un’anticamera che da verso la produzione del vino; c’è anche uno spazio in cui fanno piccole quantità di olio con le olive che crescono intorno alla Cantina. Al di là, il luogo in cui il vino prende forma. Penso che la cantina sia un posto magico in tutti sensi. Il “portal” annuncia un tempio.

I materiali che hai utilizzato sono tutti legati al territorio del Chianti. Cosa ti ha affascinato di questi elementi?

Come non rimanere affascinati dalla Toscana? Il marmo di Carrara, le cave… in cui ci si sente come se si stesse sulla luna. Anche per il progetto per Antinori ho preso i materiali del luogo: dei contenitori stupendi in questa imponente architettura incastonata nella collina. Questo luogo è caratterizzato da lunghi filari dei vigneti e dietro i cipressi, gli ulivi e dietro ancora il tramonto… Leonardo da Vinci, senza interferenze. Durante il periodo di ricerca, stare in questo luogo sembrava di essere al centro di un sogno; ho provato molte delle sensazioni che provavo da bambino. Ho immaginato di giocare con questi orci, ammontandoli, creando equilibri precari. Non mi sono documentato prima su ciò che avrei trovato, volevo che tutto accadese nel mio immaginario. Ho visitato parecchie volte la cantina, mai una foto, tanti disegni, acquarelli , poi per dieci giorni mi sono messo a giocare guidando il sogno in modo  che non si trasformasse mai in un incubo…
Devo dire che sono stato aiutato e seguito in modo straordinario. Ho avuto la fortuna di lavorare non stop con un equipe di professionisti molto bravi, entusiasti anche loro come fossero bimbi… dal primo all’ultimo. 

Non so se è la prima volta che ti confronti con una realtà secolare come quella della Cantina Antinori. Nelle tue ricerche ci sono dei particolari – sia del luogo che della produzione strettamente legata al vino – che ti ha particolarmente colpito?

…qualcosa?! Tantissime cose, però non te le dico, resta un segreto, in terra Antinori.

Giant Fruits / Nicolas Party

L’opera “Giant Fruit” è un lavoro site-specific realizzato nel 2015 per la collettiva Still-life Remix, che si è tenuta nel contesto altamente suggestivo della cantina Antinori nel Chianti Classico inaugurata tre anni prima. Una gigantesca Natura Morta in risposta all’architettura innovativa della cantina – costruita con materiali naturali quali cotto, legno, acciaio corten e vetro, incentrata sul legame profondo e radicato con la terra, nel rispetto della bellezza del luogo che ha da sempre accolto i vigneti della famiglia Antinori – che ne trasforma la percezione con un imprevisto cambio di scala.

Prima di frequentare l’Accademia di Belle Arti, Nicolas Party dipinge graffiti sui vagoni dei treni e negli spazi urbani degradati: la grande piramide di frutta gigante dai colori simbolici realizzata dall’artista nella cantina Antinori nel Chianti Classico con bombolette spray è testimonianza concreta della sua esperienza da street artist.

Nicolas Party ha cominciato infatti la sua carriera artistica in Svizzera come street artist, successivamente ha studiato alla Glasgow School of Art e dal 2002 espone in diverse gallerie e istituzioni tra cui l’Istituto Svizzero di New York e di Parigi e S.A.L.T.S. Art Space a Basilea.
Le opere di Nicolas Party raccontano le ossessioni dell’artista per forme e soggetti atemporali che l’artista recupera dall’immaginario collettivo, dalla storia dell’arte, dai fumetti e dalla grafica grazie a tecniche che spaziano dal carboncino all’acquerello fino alla pittura spray. Attraverso quadri o interventi site-specific l’artista articola con ironia un fitto e sottile sistema di citazioni e riferimenti, creando un codice visivo familiare e allo stesso tempo un tipo di figurazione propria, dalla personalità marcata e molto riconoscibile.
Erede di un artista come Balthus, Party crea una realtà surreale e onirica nella quale frutti giganti dai colori improbabili avvolgono l’architettura della cantina.

Biosphere 06, Cluster of 3 / Tomas Saraceno

Albert Einstein affermava che la cosa più bella è dimostrare il lato misterioso della vita, il sentimento profondo che si trova alla sorgente dell’arte e della vera scienza. Lo stesso spirito anima la ricerca di Tomás Saraceno artista argentino, con studio a Berlino, che crea metaforici universi sperimentali che ci permettono di immaginare una realtà diversa da quella in cui viviamo, in cui il pianeta e gli esseri umani possano trovare un nuovo rapporto di scambio produttivo. I suoi lavori, infatti, superano i limiti dell’arte, della scienza e dell’architettura nel tentativo di materializzare utopici spazi di co-esistenza in cui natura e cultura contemporanea non siano in contraddizione. Attraverso lo studio e l’appropriazione di modelli naturali (micro-cosmi come le ragnatele o macro-cosmi come le nuvole che si spostano in cielo o le galassie), con l’ausilio delle più innovative scoperte scientifiche, crea quindi spazi temporanei in cui l’assoluto sembra materializzarsi in spazi fisici che il pubblico può attraversa e vivere in prima persona.

L’allestimento di Biosphere 06, cluster of 3, (2009) nell’architettura verticale delle scale della nuova cantina Antinori di Bargino dimostra la capacità dei lavori di questo artista di trasformarsi portando all’interno dell’architettura non solo la natura, ma l’infinita versatilità delle nuvole. Attraverso forme che evocano la struttura e la leggerezza delle bolle di sapone, catturate però in una compagine architettonica di cavi neri, simile a una ragnatela, Tomás Saraceno sembra rendere stabili e abitabili spazi sospesi e volatili. Questi oggetti sferiformi, chiamati dall’artista “biospheres”, letteralmente sfere che contengono la vita, fermati nella loro vertiginosa ascesa verticale, si posizionano alternativamente vicino e lontano dai visitatori, che vivono nel loro salire e scendere le scale un’esperienza intima e onirica dello spazio . In particolare le Biosfere 06 abitate dalla tillandsia, (una tipologia di pianta che assorbe il suo nutrimento dall’umidità dell’aria crescendo lontana dalla terra), che cresce sospesa su queste bolle leggere sembrano giardini volanti. È come se, fermate nelle scale della cantina portassero all’interno un transitorio spettacolo naturale, un sistema di moduli che evoca un sistema planetario in fugace equilibrio. Queste biosfere nascono nel 2009 per la mostra Biosphere, presentata allo Statens Museum for Kunst, di Copenhagen, in occasione di Rethink, arte contemporanea e trasformazioni climatiche, un progetto attraverso la creazione di un paesaggio di nuvole-città, vivibili e attraversabili dal pubblico sembra interrogarsi su possibili modalità di vita futura, in cui gli esseri umani non radicati sulla terra ma spostandosi sulle biosfere possano superare le contraddizioni e i vincoli imposti dalla società contemporanea.

Clessidra AB / Giorgio Andreotta Calò

Giorgio Andreotta Calò crea azioni e sculture che operano a livello fisico immediato suscitando reazioni sensoriali nello spettatore, ma che ad un secondo sguardo offrono una dimensione narrativa capace di catturare il passare del tempo nella staticità della materia. La sua ricerca si articola attraverso un sofisticato rapporto tra naturale ed artificiale, tra entropia, lavorazione artigianale e ricerca teorica, in cui tecniche tradizionali come il bronzo si trasformano in pratiche contemporanee capaci di mettere in discussione l’idea stessa di monumento. Clessidra nasce da un tronco corroso dalle maree nella laguna veneziana in cui l’acqua viene evocata dall’aspetto simmetrico dell’opera che sembra rispecchiare se stessa. Come spesso nel suo lavoro le opere si generano da un gesto, quello di catturare in bronzo l’ultimo momento del processo di corrosione, quello che precede la frattura tra le due parti del tronco. In questo modo il titolo clessidra evocando il passare del tempo non si relaziona soltanto alla forma scultorea ma alla sua natura, trasformando in concettuale la dimensione formale dell’azione scultorea.

Iconostasi / Yona Friedman

Yona Friedman, architetto teorico dell’urbanismo è riconosciuto a livello internazionale per le sue “utopie realizzabili” e per il modo di definire il ruolo dell’architetto come consulente incaricato di seguire l’elaborazione degli edifici costruiti dagli abitanti.

Yona Friedman è una figura emblematica che ben rappresenta il pensiero che ha caratterizzato la seconda metà del XX secolo per le sue posizioni filosofiche, per le sue teorie, per l’aspetto pedagogico legato al suo lavoro, per la ricerca verso una nuova libertà formale, emancipata da dogmi e ideologie.

Ha segnato profondamente la creazione architettonica del XX secolo. Concentrando le sue ricerche sull’“architettura mobile” intesa nel senso di “mobilità dell’abitare”. Negli anni Cinquanta, Yona Friedman è stato il primo a proporre un’architettura capace di essere creata e ricreata

secondo l’esigenza degli abitanti e dei residenti.

In risposta al progetto architettonico della nuova cantina disegnata da Marco Casamonti con il suo Studio Archea, l’architetto ripensa alla funzione dello spazio museale proponendo un modulo tridimensionale che diviene una struttura spaziale in cui si possono esporre interventi artistici e pedagogici. Ricollegandosi ai principi della sua Ville spatiale (1959), che insegue il concetto di architettura mobile, modificabile, l’idea dell’architetto è di creare un’Iconostasi per la cantina: una soluzione strutturale interattiva che cambia come un’architettura viva, che può essere spostata, rimossa e riconfigurata a piacimento.

La necessità sembra essere quella di pensare lo spazio architettonico e museale in termini completamente nuovi, slegati dalla fissità e rigidità strutturale di un’architettura permanente. Il principio di mobilità, in questo progetto, si fonde con il concetto mistico, quello dell’iconostasi, che per l’appunto non si basa sulla rappresentazione prospettica fissa ma, al contrario, si manifesta come una composizione visiva mutevole e perennemente agitata dall’interazione con l’ambiente, con gli oggetti e con le persone che l’attraversano. Si tratta di un’architettura che non si fonda su una griglia preesistente, ma funge da prolungamento flessibile del museo, dove gli spettatori diventano essi stessi architetti e attivi fautori del percorso museale. L’Iconostasi diventa lo spazio della circolazione, della creazione del pubblico e il luogo dove il Museo Antinori, così come propone il film di Jean-Baptiste Decavèle, costruisce un mondo rivolto al presente.

Sun Clock / Rosa Barba

Rosa Barba è una delle più affermate artiste italiane dell’ultima generazione. Il suo lavoro attraversa il cinema, il suono e la scrittura e indaga il linguaggio e l’immaginario del reale che le permettono di creare nuovi percorsi, osservare e commentare la storia dal suo interno.

Il lavoro dell’artista prende in considerazione il cinema, in ogni suo aspetto, dalle caratteristiche fisiche della celluloide, fino alla luce, al proiettore, al suono, passando per le strutture della narrativa, con i suoi personaggi spesso improbabili, i luoghi, le storie. Rosa Barba si avvicina al film in modo scultoreo, spesso considerando separatamente gli elementi cinematografici per creare nuovi oggetti espressivi oppure orientando la cinepresa verso oggetti e paesaggi, con una particolare attenzione alla forma.

Per il progetto architettonico della Cantina opera dello Studio Archea, Rosa Barba realizza un intervento monumentale in uno dei tre vertiginosi cortili, trasformandolo in una macchina ottica, dove il tempo esterno, quello delle colline del Chianti, entra attraverso un meccanismo allestito attorno alla fessura circolare nel tetto. La volta viene trasformata in una lente che filtra la luce del sole e permette all’esterno di depositare il passare del tempo, fissato attraverso delle scritte sul pavimento.

Il protagonista è il tempo che, grazie alla luce del sole, scrive la realtà al posto dell’uomo. Tramite un disegno preciso e ricercato, l’artista tenta di trasformare lo spazio architettonico in un orologio che misura se stesso e che pulsa di vita propria; un congegno quasi magico che produce vita, memoria e storia proprio come se fosse il fulcro di una temporalità fluida, che confonde passato, presente e futuro per mostrarsi come motore attivo. Una macchina dell’immaginario, un deposito della memoria dello spazio e del tempo, fonte di nuove narrazioni e nuove illusioni.

Untitled / Jean-Baptiste Decavèle

Jean-Baptiste Decavèle, fotografo e regista, propone al visitatore una raffinata narrazione visiva che si costruisce a partire dagli oggetti presenti a Palazzo Antinori. La fluidità e la leggerezza dei fotogrammi del video sono l’alleato per carpire i sei secoli della dinastia. È un film che sembra disegnato con l’inchiostro da una mano che guida lo sguardo, in un percorso di andata e ritorno nei meandri delle stanze di un palazzo fiorentino dal temperamento forte, movimentato da secoli di incontri e vicende di cui noi oggi, attraverso il video di Jean-Baptiste Decavèle, entriamo a far parte.

Il risultato è un ritratto emblematico della famiglia e della sua storia, ritmato da riavvicinamenti attenti, che si posano sulle opere, sui dettagli e sugli oggetti per rivelarne l’essenza. Seguendo un movimento filmico e cronologico fluido, l’intenzione dell’artista sembra essere quella di rivelare lo spirito della collezione, il suo tratto singolare e la relazione che la famiglia Antinori mantiene con il proprio presente. Lo sguardo di Jean-Baptiste Decavèle diventa allora rivelatore di una sintesi visiva dall’andamento melodico, di una sublimazione di gesti, di opere e di immagini della dinastia che si incontrano per la prima volta in uno spazio filmico.